Dario Orphée

Tra le pagine più belle del genio di Munari, spiccano sicuramente quelle sulla metodologia progettuale. E non è tanto per la chiarezza di esposizione (la chiarezza sarà sempre la componente primaria della bellezza). Il fascino maggiore, a mio avviso, sta nell’aver posto, con il seguente ragionamento, una sorta di metodologia al quadrato. Sostiene infatti Munari che: la soluzione a un problema di design è una soluzione a un problema dell’esistenza.

Di metodi, nella storia del pensiero occidentale, vien subito alla mente il più celebre: «[…] avendo notato che nel “penso, dunque sono”, non vi è null’altro che mi assicuri che dico la verità, se non il fatto che vedo chiarissimamente che, per pensare, bisogna essere, giudicai di poter prendere per regola generale, che le cose che noi concepiamo in modo molto chiaro e distinto son tutte vere; ma che c’è solo qualche difficoltà a cogliere bene quali son quelle che concepiamo distintamente», scriveva Cartesio.

E distintamente, spesso (il pensiero umano è infinito anche per tale motivo), concepiamo le situazioni limite. Queste situazioni sono quelle che incuriosiscono di più. Perché sul limite (non oltre) può esserci di tutto; nonostante esso sia invisibile, e, paradossalmente, valutabile. Uno tra questi limiti, e anche qui l’ausilio di Munari è fondamentale, divide l’operato di due professionisti: l’artista e il designer.

Quando tale operato rimane distinto, e tuttavia compie, a partire da un metodo, prodotti che inseriremmo nella sfera artistica, assistiamo al sorgere di una sorta di deflagrazione. Non so se Giuseppe Miccichè (di cui ho analizzato a fondo il guizzo intuitivo) direbbe con me che la soluzione a un problema di arte è una soluzione a un problema dell’esistenza, parafrasando Munari. Però sono certo che, in grafica, con il suo gusto essenziale, vicino all’ironico (e qui, ironico, è prettamente etimologico), evitando in ogni modo possibile qualsiasi inutile perdita di tempo all’occhio e alla conseguente elaborazione, egli esprimerebbe quanto il metodo, e le varianti estetiche, suggeriscono al senso interno della bellezza.

Nelle sue opere, da ravvisare, vi è innanzitutto l’immediatezza visiva, ornata da una cifra stilistica minimale. E le cromie, le dinamiche, i significati celati e la fusione tra elementi apparentemente distanti, come in un’improvvisa proposizione ispirataci da un bel paesaggio, divengono luminosità concettuali.

 

Dario Orphée

Critico d’Arte
Docente di estetica ed etica della comunicazione
presso l’Accademia di Belle Arti “Michelangelo” di Agrigento

 

 

Giuseppe Miccichè © 2017
[email protected]
error: Content is protected !!